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5 fattori che hanno spinto il prezzo del Bitcoin a 6.000 USD

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I prezzi delle criptovalute sembrano vivere una fase di attesa, il valore del bitcoin oscilla da mesi tra i 5.000 e gli 8.000 USD. Ad ogni recessione, poi, alcuni preannunciano la fine imminente del settore: cosa c’è di vero? Proviamo a capire perché il prezzo del bitcoin è crollato, analizzando almeno cinque dei fattori rilevanti che tengono la quotazione di bitcoin nell’incertezza.

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Il fantasma di MT. Gox sul calo del Bitcoin

Su cosa abbia portato il prezzo del bitcoin a crollare così repentinamente dal record di 20.000 USD del 20 dicembre 2017, ci sono molte teorie in circolazione. Qual è quella vera? Probabilmente tutte.

Una di queste riguarda la vendita massiccia di bitcoin da parte del curatore fallimentare dell’exchange Mt. Gox, uno dei primi servizi di scambio che nel 2014 è andato in bancarotta per essersi fatto rubare quasi tutti i fondi dei clienti. Quanto rimasto nelle casse dell’azienda è stato sequestrato dalle autorità giapponesi e il tribunale, a distanza di anni, ha sentenziato che i fondi si possono vendere per risarcire i clienti.

Coincheck e il furto di NEM

A gennaio 2018 l’exchange giapponese, non regolamentato, Coincheck annuncia il furto di un enorme quantitativo di NEM coin. Alla fine della conta, risulta essere il furto di criptovalute più vasto della storia: 534 milioni di USD. I mercati reagiscono negativamente a questo furto e riducono gli scambi.

Tuttavia non è l’unico, i primi mesi del 2018 sono stati costellati di piccoli e grandi furti ai danni dei crypto exchange e degli investitori, mostrando ampi squarci nei sistemi informatici. Di conseguenza, tanti hanno smesso di investire nel settore o trovano alternative come l’investimento indiretto nelle criptovalute attraverso i CFD forniti da broker regolamentati come eToro.

I circuiti di pagamento contro le criptovalute

Il prezzo del bitcoin è crollato anche a causa di ostacoli imposti dall’esterno del settore. Ad incidere pesantemente la scelta dei maggiori circuiti di pagamento, Visa e Mastercard, di imporre una commissione salata al denaro trasferito presso i crypto exchange. La ridefinizione della commissione è stata recepita dagli investitori come un chiaro segnale di “guerra alle criptomonete”, da parte di ambienti finanziari che naturalmente non vogliono perdere il controllo sul denaro.

Singoli istituti di credito e piccole banche, in aggiunta, hanno scoraggiato i propri clienti, quando non addirittura bloccato i conti, per evitare la fuga di denaro.

I Governi non amano il bitcoin

Alcuni governi non hanno celato il loro scarso appeal nei confronti del bitcoin e delle criptovalute. In alcuni casi per immotivata paura, in altri casi perché c’è l’interesse a non far scappare i soldi all’estero, altre volte per pura mancanza di formazione sull’argomento.

Emblematico il caso dell’India che ha ordinato alle banche del paese di bloccare qualsiasi trasferimento di fondi dei propri clienti verso exchange di monete digitali, pena sanzioni rilevanti. Ordine poi revocato, ma l’incertezza resta.

Le parole inutilmente allarmanti

In questo quadro non sono mancate figure di Wall Street ed esperti finanzieri le cui parole espresse in TV e su canali autorevoli sul web, hanno generato altra inutile paura tra i piccoli risparmiatori costringendoli ad astenersi dal comprare la criptovaluta, facendo quindi crollare bitcoin.

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