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Israele lavora a politiche Bitcoin friendly

Israele è un Paese comunemente conosciuto per essere in anticipo rispetto ad altri in termini di tecnologia e innovazione. La nazione è diventata un Hub del progresso, e adesso si accinge a compiere ulteriori passi per rendere Israele più amichevole nei confronti della tecnologia blockchain.

Una divisione del ministero delle Finanze israeliano chiamata “The Capital Market, Insurance, and Saving Authority” sta valutando nuove strade per rendere facile alle compagnie fintech e blockchain ottenere una licenza.

Come ha riferito il supervisore del dipartimento nel 2018, “L’Autorità è regolarmente impegnata nella concessione di licenze e nella regolamentazione delle società fintech, tra cui le compagnie assicurative digitali, le piattaforme P2P, i fornitori di credito, e di portafogli digitali, iniziative fintech basate su blockchain e Provider di servizi di pagamento diversi.” Quanto affermato, quindi, mostra un Paese in anticipo rispetto ad altre nazioni.

Come abbiamo visto negli Stati Uniti, la mancanza di leggi chiare può causare volatilità dei prezzi e rendere difficile per le compagnie pianificare il futuro. L’obiettivo per Israele è sviluppare un ambiente più competitivo facendo in modo che sia semplice per le compagnie iniziare l’attività.

Un rapporto preliminare ha dimostrato che ci sono dozzine di compagnie che potrebbero ottenere un permesso di lavoro in Israele senza causare loro interruzioni all’attività commerciale.

Occhi puntati sulle Banche

Tutto ciò avviene nello stesso tempo in cui l’Associazione Bitcoin israeliana sta ottenendo grande attenzione dagli organi di stampa dopo la presentazione di una richiesta per ottenere informazioni trasparenti circa le politiche delle banche locali. Al momento le banche hanno una gestione molto “opaca” per quanto riguarda la gestione del denaro originato dalle valute digitali, e gli investitori in bitcoin vorrebbero sapere più chiaramente quali sono le norme.

Il rifiuto di transazioni che riguardano le criptovalute è un problema che utenti affrontano in tutto il mondo, ed è giunto il momento che le banche inizino a ricevere una pressione su questo.

Il legale rappresentante dell’Associazione Bitcoin non-profit ha dichiarato:

“Secondo la normativa bancaria è dovere di una banca dichiarare alla Banca d’Israele la norma in base alla quale si rifiuta di effettuare determinate transazioni. Abbiamo quindi contattato la Banca d’Israele e chiesto tali informazioni, ma la Banca d’Israele non ha voluto divulgare questa norma. Abbiamo quindi deciso di presentare una petizione alla Corte per costringere la Banca d’Israele a fornirci una copia della politica di respingimento fornitale dalle banche.”

Criteri restrittivi

È interessante notare che, l’origine di questo movimento proviene dal fatto che le banche israeliane non avrebbero concesso all’Associazione Bitcoin israeliana di aprire un conto corrente bancario. L’Associazione non conduce alcun business o trading in bitcoin, quindi alle banche sarebbe bastato il nome per negargli l’apertura del conto.

Un altro caso si è guadagnato l’interesse pubblico e riguarda un investitore in criptovaluta a cui è stato rifiutato il servizio da una banca israeliana perché questi aveva guadagnato i fondi attraverso un investimento in criptovaluta.

Qui entrano in gioco le idee libertarie e i diritti sulla libertà di espressione, con investitori che protestano per la violazione dei loro diritti e reclamano la libertà di spendere i propri soldi dove meglio credono. Comico notare che questi tipi di aneddoti non fanno altro che alimentare l’attenzione intorno al bitcoin rendendo l’acquisto di bitcoin ancora più attraente.

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