La BRI dichiara: l’algoritmo “Proof-of-Work” di Bitcoin va sostituito

Secondo quanto viene sostenuto da un nuovo studio della Banca dei regolamenti internazionali (BRI), l’algoritmo del proof-of-work (PoW) utilizzato dal Bitcoin e da alcuni altcoin non è adatto per un utilizzo a lungo termine e deve essere sostituito.

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La BRI, considerata la banca centrale delle banche centrali, ha pubblicato una ricerca lunedì scorso. In questa afferma che il PoW, che utilizza una rete di potenti computer per proteggere la rete, è “estremamente costoso” e l’unica soluzione è smettere di utilizzare l’algoritmo.

L’autore del report, Raphael Auer, economista principale per il dipartimento monetario ed economico della BRI, afferma che ci sono due limiti economici fondamentali nell’algoritmo.

In primo luogo, il bitcoin è vulnerabile al double-spending o al 51 degli attacchi%. Quindi richiede una protezione “estremamente costosa” basata sul PoW.

In secondo luogo, dato che il sistema smette di assegnare bitcoin come block rewards ai miners, l’algoritmo non sarà in grado di generare commissioni di transazione “in linea con l’obiettivo di garantire la sicurezza dei pagamenti.”

Raphael Auer afferma che:

“Semplici calcoli suggeriscono che una volta che i block reward sono pari a zero, potrebbero volerci mesi prima che un pagamento in bitcoin sia definitivo, a meno che non vengano utilizzate nuove tecnologie per accelerare il carattere definitivo del pagamento.”

Auer, quindi, suggerisce che degli sviluppi tecnologici sulla blockchain sono necessari per accelerare il carattere definitivo dei pagamenti e mantenere intatta la liquidità delle criptovalute.

“Soluzioni di secondo livello come il Lightning Network potrebbero essere d’aiuto”, dice, “ma l’unico rimedio sostanziale sarebbe allontanarsi dalla PoW, che probabilmente richiederebbe una qualche forma di coordinamento sociale o istituzionalizzazione.”

Egli afferma poi che anche il Lightning Network non è privo di problemi. Per esempio, c’è un compromesso tra efficienza e centralizzazione con la soluzione di scalabilità. Dichiara infatti che tali soluzioni non sono “una pallottola magica, poiché quelle affrontano i loro problemi di scalabilità”. Al 3 gennaio 2019, 362 di un totale di 544 bitcoin erano associati a un unico sito web. Questo significa che due terzi della capacità del lightning all’epoca era controllata da un’unica entità.

Auer ritiene che sia importante dare un’occhiata al quadro più ampio. Propone infatti di cercare risposte a come l’ecosistema delle crypto può integrare e migliorare l’ecosistema monetario e finanziario esistente piuttosto che sostituirlo.

Egli conclude:

“Sembra improbabile che l’attuale tecnologia possa sostituire l’attuale infrastruttura monetaria e finanziaria. La questione è piuttosto come la tecnologia potrebbe integrare gli accordi esistenti”.

Già a settembre, la BRI ha pubblicato un altro rapporto sui mercati delle criptovalute. In questo spiegava che “le loro valutazioni, i volumi delle transazioni e le basi di utenza reagiscono sostanzialmente alle notizie sulle azioni di regolamentazione”, in quanto non sono ancora ampiamente regolamentate.

Come si legge in questo articolo, la BRI non è l’unica a ritenere necessario un bisogno di regolamentazione delle criptovalute.
Infatti l’Autorità bancaria europea (EBA) ha dichiarato che le attività riguardanti le criptovalute non rientrano attualmente nella legislazione finanziaria dell’UE. Pertanto ha chiesto alla Commissione di effettuare un’analisi “globale” per determinare quali azioni possono essere necessarie a livello UE.

Anche negli Stati Uniti vengono fatti progressi per quanto alla regolamentazione delle criptovalute. Infatti, nello stato del Wyoming potrebbe presto diventare il primo stato statunitense a fornire autorizzazioni bancarie chiare per le criptovalute e le attività digitali.